Impresa 2.0 e gestione delle conoscenze : il contesto organizzativo prevale sulla tecnologia

Riportiamo uno stralcio da un interessante studio pubblicato da Sia Conseil :
" Nel mondo del web il nuovo concetto alla moda si chiama Impresa 2.0. Ma cosa definisce questo termine e quali sono le promesse di questo nuovo modello organizzativo?

Innanzitutto, l’impresa 2.0 si basa sull’utilizzo in seno all’azienda di un insieme di nuovi strumenti e modelli. Si tratta di strumenti del web 2.0: blog, webcast, portali, motori di ricerca, wiki. L’impresa 2.0 è orientata verso gli individui: tocca a loro adottare gli strumenti e inventare le nuove pratiche. La condivisione di conoscenza e la collaborazione tra individui : sono questi i concettichiave di Impresa 2.0.   L’impresa 2.0 ha per obiettivo il miglioramento delle performance aziendali, trasformando la sua gestione della conoscenza. Lo scopo è permettere all’impresa di diventare più flessibile e adattabile, più razionale e reattiva. Concretamente, gli esempi di adozione delle tecnologie 2.0 diventano ogni giorno più numerosi, nel settore pubblico come nel settore privato.
Per quanto riguarda le aziende private - al di là dei wiki e di altri siti intranet spesso strutturati su un percorso progettuale - citiamo Microsoft, che ha creato delle « fattorie di blog » dove raggruppare per attività, per progetto o per Paese, le centinaia di blog gestiti dai suoi dipendenti. Questo metodo consente di organizzare in qualche modo la massa di informazioni disponibili e rappresenta un modello e un modo di funzionamento molto gradito in un’epoca in cui i volumi dei database aziendali si misurano in terabyte. Per Sun, gli oltre 1000 blog tenuti dai dipendenti consentono una comunicazione più autentica e a un livello più umano rispetto alle modalità comunicative proprie dei dipartimenti marketing o delle pubbliche relazioni.
IBM dal canto suo, attraverso la messaggistica istantanea, consente ai suoi dipendenti di lanciare un appello a tutte le persone che aderiscono a un centro di interesse o a una comunità per trovare una particolare expertise. Bisogna però sempre tener presente che la dimensione tecnologica non è tutto nel concetto di Impresa 2.0. Anzi, al contrario, gli strumenti informatici e le tecnologie rispondono alle attese delle aziende anche perché sostengono un’organizzazione orientata alla condivisione della conoscenza e al lavoro in reti informali, con il coinvolgimento delle risorse umane presenti in azienda.
Di conseguenza, le aziende che desiderano trarre il massimo vantaggio dalla condivisione del sapere che caratterizza il modello 2.0, devono compiere una doppia rivoluzione. La prima rivoluzione è assolutamente tecnologica : come fare per aumentare il livello di sicurezza e ottimizzare l’uso degli strumenti web 2.0 nel contesto aziendale? Le domande vanno poste in termini molto chiari: « come proteggere l’integrità dell’informazione di fronte a delle possibili manipolazioni volontarie? », o meglio « come essere sicuri che l’informazione messa a disposizione da un utente possa essere efficacemente utilizzata anche in futuro? »....
L’esperienza dei wiki, come Wikipedia, fornisce delle piste interessanti per l’analisi automatica degli storici delle modificazioni e del numero di visite.
In assenza di una tale comprensione, quello che incombe sull’azienda è l’info-obesità, ....ovvero l’aumento incontrollato della quantità e dei volumi di informazione, che rischiano di far annegare - in una massa di dati disorganizzati e senza interesse - le conoscenze realmente utili e critiche. Le aziende che non prenderanno seriamente in conto questo rischio hanno molte chances di farsi del male da sole.
La seconda rivoluzione è culturale e sarà, senza alcun dubbio, quella che presenta maggiori difficoltà. Innanzitutto, si tratta di trasformare le norme vigenti per adattarle a queste nuove modalità di funzionamento, più trasparenti e meno rigide, cosa che non sarà effettivamente facile da mettere in pratica. ...E poi, va tenuto presente che la condivisione della conoscenza non è immediatamente un riflesso spontaneo per l’uomo. Per un impiegato, diffondere un’informazione ha un costo più o meno elevato
e che va remunerato. Questo compenso sarà diverso a secondo del profilo di ognuno: ci sono persone che concentrano molti saperi e hanno poco tempo da dedicare alla condivisione con gli altri (o sono reticenti e poco propense a farlo): sarà necessario cercare di minimizzare il loro fastidio e ricompensarle adeguatamente; altre hanno più tempo e una naturale propensione a mettere a disposizione degli altri le loro conoscenze: sarà opportuno far sì che siano proprio loro la punta di diamante delle nuove organizzazioni. Occorre tenere presente che questa situazione presenta non poche criticità, poiché detenere l’informazione è sinonimo di potere, sia per il collaboratore sia per il manager.
Infine, in una logica di mercato, dove il sapere rappresenta la principale ricchezza dell’azienda, i dirigenti dovranno imparare a lasciare circolare più liberamente informazioni potenzialmente confidenziali e a gestire i relativi rischi (potenziali perdite, spionaggio industriale, …). Non sarà facile, poiché questi cambiamenti saranno senza dubbio recepiti più come una perdita di controllo e potere dell’organizzazione aziendale che come una maggior responsabilizzazione delle persone sul loro sapere.
Un orientamento difficile e dagli esiti incerti. Quando un’azienda riuscirà a introdurre una cultura e a mettere in atto degli strumenti che consentono una collaborazione responsabile ed efficace tra le persone e una condivisione ottimizzata e sicura dell’informazione, potrà toccare allora i dividendi derivanti dalla flessione dei costi di struttura, mentre anche i tempi di sviluppo aziendale diminuiranno grazie a un’organizzazione più informale e a una circolazione più fluida ed efficace delle informazioni. Vale la pena citare a questo proposito uno studio di IDC, da cui emerge che un « lavoratore dell’informazione » passa più del 15% del suo tempo a cercare e ad assemblare informazioni, e questo può rappresentare un costo occulto per dipendente superiore ai 10mila € l’anno. Se l’azienda mette i suoi lavoratori dell’informazione nelle condizioni di ridurre i tempi di ricerca, consente loro di concentrare i tempi di lavoro su compiti ad alto valore aggiunto, come l’analisi approfondita delle informazioni.
Ma la portata dei cambiamenti indica che questo modello non potrà funzionare per qualsiasi azienda né potrà essere applicato in ogni situazione, né tantomeno che ci si debba necessariamente aspettare benefici sostanziali. In fin dei conti, se il concetto di Impresa 2.0 ha sicuramente un certo appeal per molti aspetti, è possibile che finisca invece per essere l’ennesimo avatar del mito della conoscenza totale in seno all’azienda. Alcuni esperti cominciano già ad esprimere qualche perplessità, come Andrew Keen, che denuncia nel suo libro « Il culto del dilettante », il livellamento dell’informazione dal basso e tenta di ridimensionare il mito dei Wikipedia, dei motori di ricerca o dei siti partecipativi. Di fatto, l’utilizzo degli strumenti del web 2.0 non è certo a zero rischi: la tenuta di un blog personale incoraggia a mischiare vita professionale e privata, e porta spesso a creare tribù di individui che condividono le proprie idee. Ma i wiki, da parte loro, presentano l’inconveniente di contenuti scarsamente strutturati, oltre ad essere continuamente esposti a un sottile rischio di sabotaggio. Sembra quindi del tutto evidente che queste forme di tecnologia e organizzazione si indirizzano preferibilmente alle strutture che creano valore, grazie alla somma di saperi e alla collaborazione tra le persone che operano nei dipartimenti di ricerca, di sviluppo di software libero e di expertise. Ecco qualche situazione in cui l’Impresa 2.0 potrebbe dare i risultati migliori:
- La condivisione delle best pratices: un numero ristretto di animatori ha il compito di stimolare i dipendenti a condividere tra loro best practices, per poi stilare una relazione da diffondere a tutta l’organizzazione.
- Lo sviluppo off-shore: gli strumenti web 2.0 consentono di mettere in comunicazione delle équipe che non si sono mai incontrate prima.
- Il comitato di esperti virtuali: una struttura totalmente informale di esperti fa riferimento a un unico luogo virtuale per esaminare questioni delicate senza gli inconvenienti che comportano le tradizionali riunioni.
- L’antidoto alla fuga dei cervelli: in collaborazione con gli strumenti di gestione delle risorse umane, i saperi-chiave delle persone sono identificate e formalizzate in un wiki securizzato."

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