Pensiero produttivo

L’utilizzo di strategie creative mira alla costruzione di nuovi mondi possibili, meno ovvi e banali dei precedenti. Esse sono funzionali ai processi di innovazione. Nuovi prodotti, nuovi servizi, nuove tecniche per produrre, nuove modalità di combinazione di risorse per organizzare il processo produttivo. Con il pensiero produttivo si inseriscono informazioni «nuove» in categorie «vecchie» e, allo stesso tempo, si utilizzano categorie «vecchie» per creare relazioni innovative determinando così nuove categorie mentali.

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Per regolare il processo mentale di elaborazione e ricerca, sono utilizzabili schemi, matrici, contesti associativi, di cui sono piene le tante metodologie che sono nel tempo fiorite attorno ai processi cognitivi e analitici propri di qualsiasi disciplina, non ultime le scienze organizzative.

I percorsi associativi più comuni sono basati sul pensiero analogico, ossia sul collegamento di un'idea con un'altra, per analogia, attraverso l'utilizzo di percorsi mentali già noti.
I percorsi associativi antitetici, al contrario di quelli analogici, utilizzano la trasformazione del problema nel suo contrario: vengono esplorate quelle zone della mente che contengono concetti in relazione negativa con il problema dato, attivando processi di opposizione, negazione, contrasto, deformazione, frantumazione ed inversione dei rapporti.
I percorsi bisociativi, invece, sono frutto di associazioni imprevedibili, si basano sulla combinazione di idee che apparentemente non hanno alcun collegamento tra loro e possono essere considerati i veri percorsi creativi. I percorsi associativi si muoverebbero all'interno di ogni piano, seguendo tracciati prevedibili, mentre quelli bisociativi compierebbero delle felici integrazioni tra i vari piani.

Un’originale utilizzazione del metodo bisociativo è stata fatta da De Bono, che paragona il nostro pensiero abituale a un ampio fiume. Abbandonarlo richiede una certa energia, il “balzo” implica il tuffarsi in pensieri illogici, un po’ matti e incerti. L’autore, traendo spunto dalla distinzione operata dallo Guilford negli anni ’50 tra il pensiero convergente e quello divergente, centra le sue teorie inerenti la creatività sullo sviluppo del pensiero laterale. De Bono distingue il pensiero verticale ad alta probabilità e sequenzialità dal pensiero laterale, che tenta di rompere gli schemi di ragionamento rigidi, stimolando la ricerca di nuove prospettive.
Fig pensiero lateraleIl pensiero verticale è in grado di migliorare scoperte e invenzioni già concepite, ma ha scarsa capacità di trovare soluzioni originali. Il pensiero verticale è polarizzato dalle idee dominanti e quindi rischia, davanti a problemi nuovi di restare sterile.

Per evitare ciò, sulla base di quattro principi operativi, si può applicare il pensiero laterale come una vera e propria tecnica di aggiramento:
1 seguendo la logica, difficilmente si trovano soluzioni originali
2 occorre identificare e liberarsi dall’influenza delle idee dominanti che svolgono un effetto frenante
3 l’evasione dal rigido controllo esercitato dal pensiero verticale è facilitato se ci si abitua a pensare per immagini, le quali sono molto più fluide delle parole
4 l’utilizzazione dei dati e delle circostanze fortuite può essere di grande aiuto per aggirare ostacoli apparentemente insormontabili.

Secondo l’autore, seguendo questo schema operativo, si può contenere lo strapotere del pensiero verticale e favorire l’insorgere di idee diverse e imprevedibili.

Per spianare la strada alla creatività, è fondamentale saper riconoscere i «nemici» della creatività, cosicché possano essere riconosciuti ed eliminati. Le capacità creative di una persona nascono da un complesso di interazioni tra vari fattori che attengono all’individuo, al campo d’azione e all’ambiente.

Il processo di scoperta può essere ostacolato, ritardato o addirittura troncato da quella che Duncker definì fissità funzionale. L’autore, sottoponendo alcuni soggetti a test ed esercizi di varia natura per valutare le capacità creative di problem solving, scoprì con sorpresa, che usare una chiave inglese come fermacarte era una soluzione proposta molto più frequentemente da una studentessa o da una casalinga piuttosto che da un idraulico. L’abilità di rompere il modo abituale di utilizzare gli oggetti risultava, inoltre, essere inversamente proporzionale alla frequenza d'uso di tale oggetto. In sostanza siamo soggetti a fissità funzionale quando, nella soluzione del problema, esordiamo con categorie a noi già note in precedenza, soltanto perché riusciamo a manipolarle mentalmente con facilità.

Il pensiero produttivo viene quindi inibito in quanto i solutori dei problemi tendono a fissarsi cercando di utilizzare l’esperienza passata per raggiungere una soluzione. La fissità funzionale rappresenta quindi l’incapacità di cogliere possibilità di impiego inconsuete di oggetti e concetti.

Fig 9puntiUn noto problema consiste nel coprire i nove punti con quattro segmenti di retta senza staccare la penna dal foglio. Di solito si cerca di risolvere il problema restando all’interno del quadrato virtuale, così facendo il problema risulta però irrisolvibile. Il salto qualitativo è rappresentato dalla eliminazione della costrizione a lavorare entro il quadrato. La gran parte di coloro che affrontano il problema procede come se fosse così formulato: senza uscire dai confini del quadrato, coprite questi nove punti con quattro segmenti. Molti vincoli corrispondono a qualcosa che diamo per scontato e che invece andrebbe problematizzato.

L’esempio sopra riportato, e in parte anche la fissità funzionale, risultano connessi con gli «schemi mentali», «strutture di dati per rappresentare concetti immagazzinati in memoria e risalenti alle relazioni che si suppone esistano tra gli elementi costituenti i singoli concetti. Per esemplificare si potrebbe dire che gli schemi sono come modelli di realtà e che l’elaborazione dell’informazione per mezzo di schemi significa determinare se e quale modello si adatta in maniera più o meno adeguata all’informazione che ci proviene dall’esterno. In sintesi sono delle strutture che il soggetto utilizza per adattare i dati provenienti dalla realtà, secondo le coordinate di spazio e tempo» . L’errore consiste nel considerare tali schemi sinonimo della realtà, invece sono semplicemente strumenti utili per comprendere il mondo e fare previsioni.
Tali schemi non dovrebbero mai essere fissi, ma dovrebbero modificarsi continuamente secondo il flusso delle nostre esperienze. L’esistenza di uno schema cognitivo forte, di una conoscenza consolidata, quindi, provoca una visione molto condizionata e quindi un grosso vincolo per il pensiero creativo, come testimonia quanto accaduto alla NASA negli anni ’80 .

L’ente spaziale americano affidò a Lockheed Martin il compito di ridurre il peso dell’enorme serbatoio di carburante che rappresenta l’elemento strutturale della navicella spaziale. Il team di ingegneri di alto livello si concentrò su materiali ultraleggeri, ma il loro sforzò risultò vano: la missione si arenò alle ultime 800 libbre. Nel clima di rassegnazione, spiccò il suggerimento di un operaio che propose di smettere di verniciare il serbatoio. I 200 galloni di vernice bianca che ricoprivano il serbatoio appesantivano di 800 libbre un dispositivo la cui vita in volo era di appena otto minuti e il cui destino era di finire in fondo all’oceano indiano.

Gurteen oltre agli schemi mentali individua altri elementi che limitano la creatività:
paradigmi: rappresentano la via attraverso la quale le persone percepiscono, comunicano e osservano il mondo; a differenza degli schemi, agiscono a livello subcosciente. Li possiamo immaginare come un’infrastruttura che include le teorie, i principi, i valori, le credenze e le dottrine che modellano il nostro modo di pensare e di percepire il mondo;
limiti dell’insegnamento: l’autore si riferisce ai metodi di insegnamento tradizionali, i quali non permettono di sfruttare il potenziale di apprendimento dei giovani nella fase iniziale della loro vita, in cui i blocchi sarebbero molto pochi o quasi assenti;
conoscenza assoluta: errata concezione che non ci porta a rivedere il nostro sapere e le nostre convinzioni. In realtà la conoscenza è soggetta ad un continuo cambiamento, al pari degli organismi si evolve continuamente e come essi, può sopravvivere o perire, se non ha prodotto benefici.
preoccupazioni, premi e punizioni: si riferisce alla paura di essere rimproverati e puniti; del resto se si obbliga qualcuno ad essere creativo, promettendogli premi o punizioni, a secondo del risultato, probabilmente la creatività verrà inibita;
paura: è considerata una dei peggiori nemici della creatività, nonostante in alcuni casi questa stimola la soluzione di situazioni particolarmente difficili, è risaputo che la stessa può provocare anche un blocco totale dei sensi. In questo caso, dato che le idee creative sono il più delle volte singolari o bizzarre, si corre il rischio di essere ignorato o mal giudicati e questo inibisce e disincentiva la creatività;
infanticidio: consiste nella tendenza a opprimere le nuove idee sul nascere. Come i bambini, le nuove idee sono estremamente vulnerabili e hanno quindi bisogno di «genitori» in grado di proteggerli e allevarli, offrendo loro la possibilità di svilupparsi;
sovraccarico di informazioni: un tempo nel business la mancanza di informazioni rappresentava, un grosso limite, oggi si è di fronte al problema opposto. Il problema è l’eccessiva fiducia nell’ottenere nuove idee da una sola analisi e ricerca delle informazioni;
giudizio: forte fattore inibitore della creatività, spesso sinonimi di critiche distruttive che sarebbe preferibile sospendere e rimandare alla fine della valutazione. Goleman parla di «autocensura», di «quel giudice interiore che costringe il nostro spirito creativo nei confini di ciò che riteniamo accettabile» .

Uno studio più recente, di Bendin ha suddiviso i blocchi alla creatività in tre tipologie :
Blocchi emotivi: paura di sbagliare o di passare per stravaganti, paura di sentirsi isolato dagli altri, arresto del pensiero per insicurezza all’apparire di un’idea originale, incapacità di andare oltre la prima idea trovata, diffidenza di fronte ai superiori, ai colleghi, ai collaboratori, incapacità di rilassarsi e di lasciarsi andare, desiderio patologico verso il conosciuto e la sicurezza, difficoltà a cambiare il modello di pensiero, dipendenza eccessiva dall’opinione altrui, mancanza di risorse per passare dall’idea alla sua realizzazione.

Blocchi culturali: desiderio di conformarsi ai modelli sociali, usare sempre il «no» di fronte alle nuove idee, tendenza al "tutto o niente",  eccessiva fiducia nelle statistiche e nelle esperienze passate, convinzione che sogno e immaginazione siano attività infantili, disagio nel giocare, precedenza ai fattori pratici ed economici immediati, scarsa capacità di trasformare e modificare le idee, convinzione che il dubbio sia socialmente sconveniente, eccessiva fede nella logica della ragione, esaltazione dello spirito di gruppo che porta al conformismo.

Blocchi percettivi: incapacità di interrogarsi oltre l’evidenza, incapacità di distinguere tra causa ed effetto, difficoltà a definire il problema, difficoltà a scomporre un problema in elementi base, difficoltà a distinguere tra fatti e problemi, presentazione prematura di pseudo-soluzioni a problemi non ancora definiti, incapacità di utilizzare tutti i sensi, difficoltà a percepire relazioni insolite tra idee e oggetti,  incapacità nel definire le cose,  punti di vista troppo stretti,  il ritenersi non creativi.

Ognuno di questi blocchi potrà suscitare una reazione differente a seconda delle peculiarità di ogni individuo, una personalità forte, per esempio, potrà trarre dagli ostacoli una spinta aggiuntiva alla produzione di idee; accadrà il contrario per un soggetto remissivo.
Una delle possibili soluzioni al problema del superamento dei blocchi sopra esaminati, potrebbe consistere nel costituire un gruppo in cui si riducano al minimo gli attriti e in cui vengano valorizzate le caratteristiche positive di ognuno. Del resto l’induzione e lo sviluppo della creatività non è un processo solitario, ma un’attività formativa fondata sulla dialettica individuo-gruppo-organizzazione.

Riferimenti

- De Bono E., Il pensiero laterale, Rizzoli, Milano 1969
- Duncker K, La psicologia del pensiero produttivo, Giunti Barbera, Firenze, 1969
- Castelli C, Quadrio A, Venini L., Psicologia sociale e dello sviluppo, Vol. 1, Franco Angeli, Milano, 1998
- Augustine N.R., “Reshaping an Industry: Lockheed Martin’s Survival Story”, Harvard Business Review, n.1973,1997
- Gurteen D.,"Knowledge, Creativity and Innovation", Journal of Kowledge Management, Vol.2, n.1, September 1998
- Goleman D., Ray M., Kaufman P, Spirito creativo, (1992), Rizzoli, Milano, 1999.
- Bendin M., Pensiero creativo: una via diversa alla felicità e al successo, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2000

Tags: contesti di lavoro per l'innovazione, Giordano Ferrari

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